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Una sezione è un’astrazione che permette di cogliere a colpo d’occhio l’infrastruttura di un edificio. Il disegno di Giacomo Luchena realizzato per la terza edizione di Against Sun and Dust – un libero d’apres Gianfrancesco Bonamici, architetto riminese che realizzò il rilievo dell’Imperiale a metà Settecento – illustra il sistema di comunicazione, le scale che consentono di superare i vari dislivelli, e l’impianto idrico, alimentato dalla grande cisterna d’acqua al di sotto del giardino pensile – ovvero

il lato funzionale, privato e più buio della villa.

 

Girolamo Genga – lo scenografo-architetto a cui i Della Rovere commissionarono l’ampliamento, la villa-fortezza estiva che si collega al preesistente edificio quattrocentesco – modella gli spazi come una giustapposizione di scenografie permanenti, apparentemente indipendenti tra loro; per potenziare l’effetto di sorpresa, il passaggio da una scena – da un livello – all’altra rimane celato, e di fatto sono del tutto assenti scale monumentali. La villa si scopre nell’attraversamento, si coglie nel suo insieme solo grazie alla sezione e all’astrazione del disegno, camminando per percorsi tangenti il bosco e salendo scale che potrebbero sembrare di servizio, dipanandosi dietro le quinte di luminosi cortili e giardini, palco della vita pubblica.

 

La terza edizione di Against Sun and Dust si innesta su questa infrastruttura segreta, di condutture e di percorsi pensati per l’uomo e per l’acqua. Lo stesso nome della città, Pesaro, ha un legame con questo elemento, prendendo probabilmente origine dall’antico nome del fiume Foglia, che nel passato si chiamava Isaurus o Pisaurus, con un possibile ascendente nel greco “piséys” o “abitante di palude”; il quartiere che si attraversa prima di raggiungere la villa, Soria – “sub ripa” – anticamente era molto più ampio e comprendeva tutta la zona del monte San Bartolo bagnata dal mare.

 

Il film di Alia Farid Chibayish (2022), proiettato nel loggiato del cortile roveresco, è stato girato alla confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate e riprende le interazioni dell’artista con tre giovani abitanti delle paludi: Riad Samir, Jassim e Qassim Mohammed. I ragazzi richiamano il loro bufalo dall’acqua, descrivono la geografia del territorio e nominano i membri della comunità, mentre attraversano una palude invasa da infrastrutture petrolifere e rifiuti industriali. Chibayish è parte di un gruppo di lavori che Farid ha sviluppato a partire dal 2018, incentrati sull’impatto delle industrie estrattive sul tessuto ecologico e sociale nell’Iraq meridionale e in Kuwait. Il film è una riflessione su identità culturale, storia, colonialismo e sul diritto di rimanere. La componente sonora di Chibayish – una combinazione di dialetto iracheno , imitazione dei versi degli animali e canto – riverbera nella sala biabsidata, originariamente destinata alla lettura di poesie. Proprio di fronte al loggiato, una parete decorata con grandi anfore delimita il negativo del cortile roveresco: al suo interno, un camminamento in penombra articola una sequenza di ambienti, i “bagni” e una grotta artificiale, dove originariamente era collocata una fontana, fulcro di un sistema di giochi d’acqua progettato ma mai completato del tutto; sezionando questi ambienti, si arriverebbe all’enorme cisterna, la risorsa idrica che permette di irrigare il complesso sistema di giardini pensili e terrazzati sovrastanti, e che la siccità registrata quest’anno ha fatto scendere ai minimi storici.

 

Per raggiungere l’ultimo livello, il pubblico è invitato a salire le scale che portano alla scena successiva: il panoramico giardino all’italiana, confine del progetto umano sulla natura, prima della dissoluzione dell’architettura nel paesaggio circostante. Passando attraverso una porta, si cammina nel bosco verso la Cabin, recente costruzione in legno e vetro concepita per la meditazione e l’osservazione di animali selvatici, che si mimetizza tra il nero e l’oro degli alberi al tramonto. La Cabin è il fulcro della scena di Macbeth – a performance in the woods. Il Macbeth, dramma shakespeariano su cui Verdi basa la sua omonima opera nel 1847, nella regia di Matteo Anselmi si sviluppa in una commistione di linguaggi in cui prosa, lirica, danza e musica coesistono. I brani vengono eseguiti al pianoforte da Marta Tacconi e, per l’occasione, l’orchestrazione dal vivo di tracce musicali e voci è affidata al sound designer Edoardo Rossano. Nel dramma, ambientato in Scozia nel Medioevo, il bosco ha valenza di personaggio: a Macbeth viene predetto che sarà re finché “la foresta di Birman non gli muoverà contro”, ovvero quando i soldati mimetizzati con rami d’albero lo attaccheranno, mentre la Cabin diventa il claustrofobico prisma del desiderio di potere di Macbeth e Lady Macbeth.

 

Dal bosco si scende verso il lato sud della villa, arrivando alla facciata roveresca concepita come un vero e proprio fronte scenico, caratterizzata da nicchie voltate passanti, disegno in cui riecheggiano i volumi della Basilica di Massenzio. Non si ha notizia di spettacoli effettivamente realizzati proprio in quest’area, ma è noto come spesso i soggetti rappresentati nelle corti rinascimentali fossero quelli della classicità che, trattando eventi e mitologie originati nel fiorire dell’Impero, permettevano di trasporre metaforicamente un preciso messaggio politico e culturale. La performance Sosia è ispirata alle vicende del servo di Anfitrione, protagonista dell’omonima commedia di Plauto, e rappresenta la prima collaborazione dell’artista Jacopo Benassi con i musicisti Roberto Bertacchini, Paolo Spaccamonti e Stefano Pilia. Al buio, in un’arena del suono che dà forma a un canovaccio di improvvisazione elettronica, Benassi si muove tra il pubblico con uno strumento composito, una macchina fotografica unita a un flicorno – dove il fiato compie nell’ottone un buon circuito prima di restituirne il suono. Contatto fisico e aggregazione moshing – eredità dei concerti punk - riecheggiano in un’azione musicale-fotografica, in cui il pubblico, veicolo della commedia del doppio, nel tempo di un flash diventa soggetto.

 

Proseguendo verso est, la pineta diventa barricata sonora di Katatonic Silentio – nome d’arte di Mariachiara Troianiello – presentando una performance curata da Ruggero Pietromarchi che incorpora il Bass Unity Sound System, cassa di risonanza conclusiva dell’intero percorso. La tradizione dei sound system nasce in Giamaica negli anni Sessanta, un muro di suono e vibrazioni che dal reggae si espande alla scena della club culture e al contesto rave. Installato di fronte a una quinta vegetale tra pini e siepi “post-modern”, il Bass Unity Sound System è il versatile strumento di Katatonic Silentio. Il set si apre a una contaminazione di generi in cui riverberano le sonorità legate alla musica sperimentale e concreta di un’artista il cui nome stesso ci ricorda l’importanza della pausa nella musica, del negativo della costruzione.

 

È in un giorno di agosto di fine Cinquecento che si sviluppa il racconto del letterato pesarese Ludovico Agostini, che oltre a descrivere gli ambienti e la vita di corte, svela con sguardo moderno le potenzialità artistiche del programma della villa. Dal 2020, il breve racconto ha ispirato il ciclo del nostro progetto contemporaneo, che ogni estate presenta il lavoro di una selezione di artisti invitati a concepire gli interventi in relazione alla storia e alle caratteristiche di Villa Imperiale, portando il pubblico a scoprire spazi interni ed esterni del complesso rinascimentale, alcuni dei quali non accessibili durante il consueto percorso di visita.

 

Se, come allora, Against Sun and Dust si sviluppa, nella sua interezza, solo nell’arco di un giorno e di una notte, la “virtualizzazione” dell’itinerario permane, attraverso i contributi digitali dello studio No Text Azienda e le parole di Edoardo Totaro.

 

Il titolo Against Sun and Dust reinterpreta liberamente il motto culturale e politico della villa, composto dall’umanista Pietro Bembo e iscritto lungo i muri esterni e interni. Leonora Gonzaga dedica il progetto al marito Francesco Maria Della Rovere, in compensazione della fatica fisica e psicologica della battaglia, “Pro sole pro pulvere pro vigiliis pro laboribus […]”: un luogo costruito per fare fluire la vita. Non una fortezza dell’isolamento privato, ma un luogo di celebrazione collettiva e teatro di sperimentazione di differenti linguaggi. A causa della prematura morte del duca, la villa non venne mai definitivamente completata, e nei secoli non fu mai esperita come da originarie intenzioni dei coniugi.

Alla sua terza edizione, Against Sun and Dust, continuando a esplorare le potenzialità artistiche e performantive del complesso, prova a portare in luce l’infrastruttura più segreta del programma originario di Villa Imperiale.

AGAINST SUN AND DUST

12.8-3.10.20201

Villa Imperiale, Pesaro

A CURA DI

Cornelia Mattiacci

Alessandra Castelbarco

VERSO LA SPECIE

_coreografia

Claudia Castellucci

_musica

Stefano Bartolini

_danzatori

Sissj Bassani

Silvia Ciancimino

René Ramos,

Francesca Siracusa 

Pier Paolo Zimmermann

_direzione tecnica, luci Eugenio Resta

_tecnica

Francesca Di Serio

Gionni Gardini

Caterina Soranzo

_organizzazione

Camilla Rizzi

_direzione alla produzione

Benedetta Briglia

_produzione

Socìetas

ARPABONG PROMENADE

a cura di

Ruggero Pietromarchi

ORGANIZZAZIONE

Marco Di Nallo

Valerio Panella

ALLESTIMENTO

PLUS ULTRA studio

Valerio Panella

COORDINAMENTO

Vittoria Ciorra

Giulia Di Nallo

Camilla Pagliano

Sara Caputi

Graziella Ovani

SERVICE

Matteo Tintori & Avangarage di Luca Vagnini

COMUNICAZIONE

_concept

Edoardo Totaro

_foto e video

No Text Azienda

   Alvin Mojetta

   Domenico Nicoletti,

   Michele Zanotti

in collaborazione con

Luigi Alberto Cippini

_sound

Edoardo Rossano

MAPPA 

_co-editor

Niccolò Gravina

_disegno

Mino Luchena

_layout

Marco Morici

_sigillo

Alvin Mojetta

 Edoardo Totaro

_calligrafia

Concetta Ferrario

progetto di stampa litografica (200 pz) e piegatura come da modello rinascimentale realizzato in collaborazione con Litografia Bulla, Roma

FOTO

Stefania Zanetti

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